New Challenge: Title Track
Tolkien's titles range from epic to lyrical to metaphorical. This month's challenge selected 125 of them as prompts for fanworks.
Ciao a tutti!
Pubblico questa oneshot anche qui nella speranza che possa piacere a qualcuno. La realtà è che sono tornata a scrivere dopo anni e sono eccitata ma anche un po' spaventata...
Se vi va di lasciare un commento mi farebbe davvero piacere!
Fingon sbatté le palpebre e sussultò, mentre il cuore gli martellava nel petto a un ritmo forsennato. Rimase immobile per un momento, cercando di riprendere fiato e di riordinare i pensieri. La mente gli sembrava annebbiata, come se fosse riemerso a fatica da un sonno troppo profondo.
Intorno a lui si stendeva una foresta fitta. L’aria era carica dell’odore di muschio e terra umida, e sopra la sua testa il vento faceva frusciare piano le foglie tra i rami.
Con uno sforzo si tirò a sedere. Solo allora abbassò lo sguardo su se stesso.
Un brivido di stupore lo attraversò.
Indossava una tunica finemente ricamata d’argento, attraversata da sottili motivi che evocavano stelle brillanti nel cielo notturno. Il tessuto morbido gli sfiorava la pelle con delicatezza, mentre un mantello leggero di un intenso blu gli ricadeva sulle spalle.
Era surreale: non portava abiti simili da anni.
L’ultima volta che ricordava di essere stato vestito in modo simile era durante un banchetto alla corte di suo nonno Finwë, prima delle divisioni della sua famiglia e delle guerre che seguirono.
Cercò di portare alla mente il suo ultimo ricordo cosciente e per un attimo la memoria rimase vuota.
Poi un’immagine gli balenò nella mente con brutale chiarezza: il ghigno distorto di Gothmog, signore dei Balrog, e la frusta di fiamme che lambiva l’aria mentre un dolore lancinante al fianco destro lo costringeva a piegarsi.
Si portò lentamente le mani al viso e rimase così per qualche istante, respirando piano.
Era certo di essere morto.
***
Udì i loro rumori prima di vederli: voci basse, passi affrettati.
Si tese d’istinto, pronto alla minaccia, ma la tensione si sciolse quando due figure emersero tra gli alberi.
Erano due bambini elfici, identici l’uno all’altro. E troppo piccoli per aggirarsi da soli in quella foresta. Avevano il viso e le mani sporchi di terra, le guance scavate e gli occhi infossati che tradivano la fame. E i loro capelli argentei erano luridi di sudore.
Fingon non osò immaginare cosa potessero aver affrontato.
Si fermarono di colpo quando lo videro, spaventati e stanchi.
Uno dei due, quello più a sinistra, iniziò a tremare mentre gli occhi gli si riempivano di disperazione.
«Non farci del male, ti prego!»
Disse, con voce spezzata, e dopo iniziò a piangere in silenzio.
L’altro si mosse davanti al fratello e sollevò un bastone verso l’elfo adulto.
Fingon fece un passo avanti con cautela, per non spaventarli, aprendo le mani in un gesto pacifico.
«Non temete, piccoli. Non sono armato e non vi farei alcun male. Come vi chiamate?»
Il primo accennò ad avvicinarsi, ancora piangendo, ma il secondo lo trattenne afferrandogli il polso.
«Io sono Eluréd» Disse con fermezza. «Lui è mio fratello Elurín…Non… non ti avvicinerai!»
La voce gli si incrinò sulle ultime parole.
Fingon annuì lentamente.
«Non lo farò, se questo vi rassicura. Io mi chiamo Fingon».
Poi si sedette poco lontano, su una roccia che affiorava dal terreno della radura.
In seguito Fingon si allontanò per cercare cibo e, quando tornò con ciò che la foresta offriva — bacche selvatiche, radici commestibili e alcuni funghi che aveva esaminato con cura — li depose davanti ai bambini.
Eluréd si avvicinò con cautela e raccolse il cibo con mani tremanti, dividendo tutto con il fratello.
«Grazie, signore.»
«Prego, Eluréd.»
***
Eluréd masticò piano le bacche, mentre il succo aspro gli pungeva la lingua. Erano dolci, ma non come quelle che la mamma raccoglieva vicino al fiume, prima che tutto diventasse buio e pieno di urla.
Guardò di sfuggita l’elfo — Fingon, aveva detto di chiamarsi — seduto poco distante, con lo sguardo rivolto agli alberi come se si aspettasse che da un momento all’altro ne emergesse qualcosa di terribile.
I suoi capelli scuri catturavano la luce filtrata dalle foglie, e per un attimo Eluréd pensò all’elfo che li aveva trascinati nella foresta, con la voce tagliente come una lama.
Questo elfo, invece, aveva lo sguardo stanco, come se avesse visto troppe cose spezzarsi. E non aveva fretta di afferrarli o di portarli via.
Elurín si mosse piano contro di lui, appoggiando la testa sulla sua spalla.
«Ha gli occhi come le stelle di cui papà raccontava,» sussurrò il fratellino, la voce ancora tremula ma meno spaventata. «Forse… forse è uno dei buoni....»
Eluréd non rispose subito. Strinse il bastone tra le dita, le nocche bianche. Buono o no, non si fidava ancora.
«Bambini, dovremmo andare»
Disse l’elfo alzandosi con uno scatto.
«Uscire da questa foresta è la cosa migliore», aggiunse poi con un tono che a Eluréd ricordava quello della mamma quando parlava con loro.
Suo fratello alzò la testa dalla sua spalla.
«Meglio, signore. Le siamo grati».
Anche Eluréd annuì e il gesto gli fece venire le lacrime agli occhi. Erano passati giorni da quando era stata mostrata loro tanta gentilezza.
Vedendolo, suo fratello gli strinse forte la mano, cercando di dargli forza.
«Nessun problema, mettiamoci in cammino».
***
Camminarono in silenzio per un po’. Eluréd teneva Elurín per mano, costringendolo a stare vicino, lanciando ogni tanto uno sguardo a Fingon. L’elfo era davvero molto alto e sembrava uscito da una delle storie della nonna — un elfo di Valinor, di quelli che cantavano alle stelle prima che il mondo diventasse buio.
Poi lo sentì: un ramo spezzato, troppo forte per essere un animale. Poi un altro. E voci, basse, gutturali, in una lingua che graffiava le orecchie.
Eluréd si bloccò. Il cuore gli salì in gola, mentre strinse più forte la mano di Elurín.
Fingon si voltò di scatto. Non disse nulla: semplicemente afferrò un ramo spezzato dal suolo, lo spezzò con un gesto secco e lo impugnò come una lancia improvvisata.
Le figure emersero: tre, forse quattro orchi.
Eluréd indietreggiò, tirando con sé Elurín con un grido spaventato. Poi si coprì gli occhi.
Sentì il sibilo dell’aria, un grugnito strozzato, il tonfo di un corpo che cadeva. Quando osò guardare, Fingon era in mezzo a loro: una ferita fresca sul braccio, sangue che colava sulla tunica argentea, ma gli inseguitori erano a terra, immobili.
Il silenzio tornò, rotto solo dal respiro affannoso di Fingon.
Si voltò verso di loro, il viso pallido ma gli occhi fermi. «State bene?»
Eluréd annuì piano, le lacrime che gli rigavano il viso sporco senza che se ne accorgesse. Per la prima volta da quando erano fuggiti da Menegroth, non si sentiva solo contro il buio.
«Grazie» mormorò.
Fingon sorrise con un sorriso piccolo, spezzato.
«Andiamo. Non è ancora finita.»
Eluréd guardò l’elfo camminare davanti a loro. Alto, silenzioso, con i capelli scuri che si muovevano appena nel vento.
Forse Elurín aveva ragione. Era davvero uno dei buoni.
Per la prima volta dopo giorni, Eluréd pensò che le cose potessero finire bene.