Una costellazione chiamata Gondolin by sh3rry95  

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Il nome di Gondolin


Eärendil aveva undici, forse dodici anni, quando per la prima volta sentì un adulto osare nominare Gondolin ad alta voce.

Stava calando la sera e lui era intento a cercare delle conchiglie sulla spiaggia - quella stessa spiaggia delle Bocche del Sirion, dove la loro gente era approdata anni prima, stanca e affamata - quando sentì un pianto sommesso.

Eärendil si fermò a metà di un movimento, stupito dal suono. Per qualche secondo tergiversò, indeciso se smettere di fare ciò per cui era venuto. Poi però ricordò una conversazione con la mamma avvenuta anni prima e decise di andare a vedere se poteva dare una mano.

“Mamma, perché tu e quel signore siete stati seduti ore in silenzio?” Disse indicando la direzione in cui si era allontanato uno dei sopravvissuti poco prima.

“A volte le persone hanno solo bisogno di compagnia. Soprattutto se sono tristi”.

“Ma io quando sono triste piango”.

Sua madre gli mise una mano sulla spalla in modo gentile.

“Non tutti i dolori sono esteriori, tesoro. Però tutti richiedono gentilezza e compassione per poter essere affrontati e stare seduti con una persona che soffre è un ottimo modo per offrire queste due cose. Ricorda: ogni dolore merita rispetto, sia quello che si vede sia quello che resta dentro”.

Eärendil si pulì i pantaloni sporchi di sabbia sulla tunica e si alzò da terra, seguendo il suono dei singhiozzi. 

Camminò per poco e poi lo vide, un elfo adulto con i capelli neri che con una mano teneva una bottiglia e con l’altra tentava di soffocare il pianto.  

“Signore, si sente bene?”

L’elfo sussultò, alzò il capo e si tolse la mano dalla faccia per, Eärendil pensava, tentare di parlare. Dopo qualche secondo in cui apriva la bocca emettendo suoni inconsulti, Eärendil gli si sedette accanto.

“ … Non si sforzi! Mamma dice che il dolore va vissuto e non nascosto”.

Questa era una cosa che la sua mamma gli aveva ripetuto spesso in quegli anni.

“...E ora io rimarrò a farle compagnia qui per un po’ così possiamo affrontare ciò che non va insieme”.

L’adulto cercò di parlare nuovamente e poi parve ridursi ad una cosa piccola e fragile. 

Passò qualche minuto. Eärendil per mancanza di cose da fare, si tirò un filo sfilacciato della tunica e iniziò a giocarci, ed era così concentrato che non notò che l’elfo aveva smesso di piangere e lasciato la bottiglia accanto a lui.

“Grazie, giovane principe. Mi ha aiutato molto, mi sento meno triste”

Eärendil sussultò e poi, lasciando andare il filo, si girò verso di lui.

“Prego…”

Poi non riuscì a trattenersi nell’aggiungere curioso.

“Perché sei triste però?”

L’elfo sembrò pensarci su per un po’ e quando rispose lo fece con un rantolo.

“Per…” Qui si fermò per qualche secondo. “Per Gondolin, la casa che ho perso, e… per mia moglie, la persona che ho perso”.

Eärendil lo guardò interessato. Conosceva Gondolin, era il posto da cui erano scappati prima di venire lì, ma a parte il fuoco e le urla ricordava ben poco e gli adulti sembravano evitare di parlarne.

“Gondolin?”

“Si. Gondolin. Non se te la ricordi ma era una città bellissima… Mia moglie” Qui si fermò e sembrò sentirsi ancora più triste “la adorava”.

Eärendil lo guardò, indeciso se chiedere più informazioni su una città divenuta ormai una storia di cui nessuno voleva più parlare. Ma l’adulto sembrò notarlo e gli sorrise con le lacrime ormai asciutte sulle guance.

“Mi hai aiutato… Se vuoi sapere qualcosa, piccolo, basta chiedere”

“Puoi parlarmene? Della città…” Si fermò e poi aggiunse in fretta, “E di tua moglie se vuoi”.

Lui annuì e iniziò a parlare, sembrando riprendere colore e vita.

“Questa era sua”, disse con voce roca, dopo aver tirato fuori dalla tunica una piccola spilla smaltata. “La portava sempre quando uscivamo per le strade della città”.

Eärendil la guardò con curiosità. La spilla scintillava debolmente nella luce della sera, e per un momento il bambino cercò di immaginare la donna che l’aveva indossata.

L’elfo continuò a raccontargli della vita in città, e parlò a lungo.

Quando sua madre arrivò ore dopo, trafelata mentre lo cercava, Eärendil aveva già iniziato a vedere con gli occhi della mente la piccola parte della città di cui l’elfo gli aveva parlato. Si era immaginato la casa di lui piccola e accogliente, e l’odore del pane appena sfornato sempre presente. 

Eärendil, quando si coricò nel letto per dormire, dopo essere stato rimproverato con dolcezza dai genitori per averli fatti preoccupare, si chiese se anche lui quando viveva ancora nella città, con la mamma, il papà e il nonno, avesse provato le stesse emozioni. 


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